Bambini e genitori sereni a tavola. Come?
Mangiare non è sempre facile per i bambini. Gustare nuovi cibi, assaggiare nuove consistenze, sperimentare nuovi sapori, esaminare nuove forme, richiede energia e una buona dose di coraggio, misto a curiosità. L’alimentazione ha a che fare, più di quanto immaginiamo, con le emozioni, soprattutto quando si tratta di alimentazione infantile; emozioni a volte contrastanti e scomode: disgusto, paura, gioia, divertimento, rabbia per citarne alcune. Queste emozioni hanno una radice comune che spesso riguarda consistenze troppo “mollicce” per essere assaggiate, colori troppo accesi per essere considerati sicuri, odori eccessivamente pungenti e persino forme non ben delineate. Tutto ciò può generare i tanto temuti rifiuti che accompagnano la maggior parte dei bambini. Ed ecco che con i rifiuti dei bambini arrivano sempre i sensi di colpa della famiglia.
Certo, è sicuramente appagante vedere un bambino gustare e spazzolare tutto, ma non è la regola e soprattutto non deve essere l’obiettivo.
Ma allora qual è il vero obiettivo? È presto detto: la serenità a tavola.
Il cibo infatti è relazione, e solo partendo da questo presupposto possiamo aiutare i bambini ad avere un rapporto più spontaneo e sereno possibile. con esso Infatti oltre a porre l’attenzione sulla qualità del cibo destinato ai bambini, è importante anche soffermarsi sul modo in cui li nutriamo; oltre a pensare a proporre le verdure ai bambini, è importante sapere che obbligarli affinchè le mangino non funziona, o meglio, non funzione nel lungo termine.
E quindi cosa fare? Vediamo insieme alcuni suggerimenti utili:
- Dare il buon esempio: non possiamo pretendere che i bambini mangino un alimento se gli stessi genitori non lo assaggiano neppure. Ricordiamoci che è la famiglia il modello a cui il bambino si ispira e questo vale anche per il comportamento alimentare, quindi è importante portare a tavola sempre colore e varietà. Questo ovviamente vale anche per altre figure di riferimento come le insegnanti, gli amici, i nonni, i fratelli maggiori, ecc.
- Non forzare: La forzatura (a volte anche corredata da castigo) è la strategia che viene usata più spesso, perché è quella che effettivamente sembra funzionare nell’immediato, ma il suo effetto è puramente effimero e momentaneo, perché con la punizione non si sta insegnando nulla.
Tutti (o quasi) i bambini tra i 2 e i 5 anni vivono una fase del tutto normale e fisiologica, ma molto particolare, in cui si fa strada la cosiddetta “neofobia alimentare” e cioè il “rifiuto di inserire nella propria alimentazione cibi nuovi o sconosciuti”, che generalmente si concentra verso quegli alimenti con colori più accesi e appariscenti e con forme non prevedibili. È una fase passeggera, ma se non viene ben gestita a livello familiare, la “paura” verso quegli alimenti ritenuti “pericolosi” permane e questo produce bambini (e adulti) “picky eaters”, che non assaggiano le verdure e non le vogliono neanche toccare.
Una volta compreso che questo comportamento è dovuto alla paura del nuovo e originato da un istinto primordiale, è facile comprendere che obbligare all’assaggio non è la soluzione.
3. Favorire l’interazione: Aiutare i bambini a familiarizzare con i “cibi-no” è l’unica via d’uscita e questo lo si può fare favorendo l’interazione con essi. Un’importante interazione con il cibo avviene al supermercato. Fare la spesa insieme è un ottimo punto di partenza: decidere cosa acquistare, vedere il cibo all’origine, capire come sono gli alimenti “da crudi” è essenziale. Cucinare in compagnia è un altro suggerimento: toccare con mano gli ingredienti e vedere come viene trasformato il cibo è d’aiuto per favorire l’assaggio (e poi: “che soddisfazione mangiare quello che ho preparato con le mie mani!!!”). Preparare la tavola insieme, impiattare in maniera divertente una pietanza, ma anche organizzare dei giochi che abbiano come protagonista il cibo (es. giocare “al ristorante”, memory con la frutta, la tombola dei cibi, peluche a forma di ortaggi ecc ecc) sono solo alcune strategie per aiutare i bambini ad approcciarsi verso alimenti nuovi.
4. Continuare a proporre (senza insistere): Uno studio ha rilevato che possono essere necessarie anche 15 esposizioni ad un determinato cibo prima che il bambino provi ad assaggiarlo, più altre 10 perché si possa sviluppare una propensione verso esso. Le statistiche mostrano invece come di solito dopo solo 5 esposizioni, se il rifiuto persiste, si smetta di offrire, pensando che quel cibo non piaccia. I gusti sono in continua evoluzione, quindi è importante continuare a proporre l’alimento rifiutato (senza obbligare all’assaggio) in modo che il bambino possa imparare a conoscerlo. Eliminare del tutto quell’alimento dalla dieta della famiglia è quindi un errore da evitare.
Per concludere, come evidenziato dalle ultime linee guida WHO per l’alimentazione complementare di infanti e bambini, è importante che durante il momento dei pasti ci sia una reciprocità tra il bambino e l’adulto di riferimento: il bambino segnala, in base alle sue competenze, la sua fame e la sua sazietà e l’adulto deve rispondere in modo appropriato, fidandosi dell’istinto del piccolo.
Ricordo infine il “Principio di Divisione delle Responsabilità” (formulato da Ellyn Satter), che sostiene che gli adulti hanno la responsabilità di provvedere a cosa, quando e dove mangiare, mentre i bambini hanno la responsabilità di decidere quanto e se mangiare (rispetto alle proposte operate dall’adulto).